In occasione dei 500 anni dalla scomparsa di Raffaello Sanzio, se siete in#curiocity e volete saperne di più, questo post vi soddisferà.
Il giorno della sua morte (avvenuta il 6 aprile 1520), per ironia della sorte coincide con quello del suo 37° compleanno.
Il regalo più assurdo che la vita potesse fare ad un artista le cui opere sono immortali è stato, paradossalmente, la cessazione della stessa.
Per volontà dell’urbinate, le sue spoglie si trovano nel Pantheon di Roma, sulla cui lapide sono incise le parole di Pietro Bembo:
Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori. La traduzione italiana dell’epitaffio è: Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.
La sua scomparsa, avvenuta all’apice della sua carriera e il Venerdì Santo, ha contribuito a mitizzare la figura dell’artista, al punto che fu appellato “divino”. Raffaello morì, proprio come Cristo di venerdì.
Ma altre voci ruotano attorno alla figura del genio rinascimentale. Molte delle quali ci sono giunte tramite il Vasari, il quale lo descrive come “persona molto amorosa affezionata alle donne e ai delitti carnali”.
Pare che furono proprio questi a condurlo alla morte, sopraggiunta “dopo aver disordinato più del solito”.
Deduciamo che fosse un bon vivant, particolarmente incline ai piaceri, come quelli a cui si abbandonava con Margherita Luti, figlia di un fornaio, perciò soprannominata La fornarina. Si dice che dopo la morte di Raffaello si rinchiuse in una profonda disperazione presso il convento di Sant’Apollonia a Trastevere.
La donna è raffigurata in molti dipinti, in uno di questi è ritratta con un bracciale sul quale si intravedono le seguenti parole: Raphael Urbinas.
Chi era davvero Raffaello? Un tombeur de femme la cui febbre improvvisa è da attribuire a malattie veneree? Non lo sapremo mai, nei suoi oltre 25 anni di attività ha stupito il mondo intero, si pensi alle stupefacenti Stanze in Vaticano, o alle Tre Grazie.
Quest’ultimo dipinto si potrebbe considerare come un magistrale fake della pittura. È ben noto quanto all’epoca fosse difficile reperire delle donne che posassero per scene di nudo, così la critica è incline a pensare che si tratti di ritratti maschili, i cui tratti più duri, sono stati addolciti dalla talentuosa mano dell’artista. Si noti la vita piuttosto lineare e mascolina, senza la tipica sinuosità femminile; le natiche insolitamente piccole, polpacci insolitamente tozzi, e non affusolati ed i seni appena abbozzati. Ebbene non sono i classici lineamenti di una donna standard. Pare dunque sia di un ritratto di tre giovani assistenti di Raffaello, i quali per rendersi più simili alla fisicità femminile, hanno indossato aderentissime calzamaglie.

